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dicembre 1994
Innocenza/Ingenuità
Un giorno forse, "grazie-a-Dio" come si dice alla
lettera, l’ingenuità diventa quella della parola latina in-genuitas:
l’essere ben-nato, nato libero, figlio erede di casato e beni. Ma ciò non
è un dato della natura: se è, quando è, è un evento. Invece, così come si
presenta essa è il bel segno - attenti alla "bellezza"! -
del peccato originale nella natura. Il peccato originale non si presenta nelle
vesti della brutalità, dell’omicidio, dell’orrore. Infatti: che cosa c'
è di più caro dell’ingenuità infantile? Caro in doppio senso,
affettivo-estetico, e economico: l’ingenuità infantile è la porta d’accesso
criticamente indifesa dei bene-fici ricevuti e ricevibili da Altri. Bene come
fatto. Eppure la porta infantile del beneficio è anche porta aperta al
cavallo di Troia del maleficio: ecco il peccato originale dell’ingenuità.
La fine di Troia - la distruzione della Città - avviene per inganno ai danni
di forti ma ingenui difensori, non per violenza. Ma si dovrebbe parlare della
violenza oleosa dell’inganno: di quello che approfitta dell’assenza di
difesa. Difesa, non è muscoli ma facoltà di giudizio, distinzione tra bene e
male recepibili. Giudizio: una delle specie del pensiero. L’innocenza
comporta il giudizio. Se Dio è innocente, è perché capace di giudizio, fino
a finale e universale. E' proprio il punto su cui Dio è attaccato: se
misericordioso senza giudizio, allora il sommamente buono è sommamente
ingenuo. Il Dio dei Troiani.
Quella che il medioevale galante chiamava
"Madonna", ha innocenza senza ingenuità, già nel passo di Luca
noto come "Annunciazione". A ben vedere, nei secoli le è stata
rivolta una sola vera obiezione: che il suo caso sarebbe solo la riedizione
pia di un mito, quello della donna visitata da un Dio, anzi dal sommo degli
Dei, Giove. Insomma: un' ingenua. Nel mito antico, certe donne hanno saputo
dire di no al playboy divino, ossia non sono state ingenue. Ma la
questione è: come sapere dire di si' - è questo il caso interessante
- con innocenza senza ingenuità? E' il caso della Madonna. Grazie alle poche
battute del dialogo densissimo di quel passo, lei sa: certezza,
competenza, facoltà, conoscenza, pensiero. Come ha fatto a sapere?. E'
cio' che sei anni fa mi ha fatto suggerire che le litanie lauretane si
arricchiscano di una nuova: Regina cogitationis. Con i tempi di
pericolosa debilità mentale che corrono, AIDS del pensiero, ce n' è
drammatico bisogno.
Pensiero/Assassino. E coscienza
L' assassino non è anzitutto quello dei
"gialli". Uno cosi', in fondo è consolante, persino simpatico anche
quando è antipatico. Dopotutto ha la natura, non del diavolo, non del buono,
ma del buon diavolo: lo fa per un tornaconto, un fine, insomma per un
beneficio quantunque distorto, e per quanto odiosi siano i mezzi. Il vero
assassino non è ancora neppure il mandante, quello che non si sporca le mani:
uno cosi' è ancora compatibile con il giallo. Ma la storia non è un grande
libro giallo, sia pure nel nome della rosa. E non è neppure detto che il vero
assassino voglia cadaveri: il cadavere non pena più, mentre lui vuole
anime-in-pena. Eppure è assassino, che per definizione vuole la morte. Di
che?, o di chi? Che sia la morte di Dio? e via con il giallo teologico come
via col vento. Tutto ciò che domando a un teologo è che sia serio, e ciò
non dipende dalla sua "professione" (!?), né dal "metodo"
di essa, ma da lui, uno per uno, caso per caso: dal suo pensiero.
Per capire meglio, passiamo per la parola
"coscienza": dico per la parola, non per "La" coscienza,
perché proprio qui sta il problema, e l' assassino: ce n' è una buona e una
cattiva. Non fidatevi di chi dice "La" coscienza, cioè l'
astrazione del primo Tentatore e assassino, quello del famoso albero. Le più
diverse pratiche politiche, filosofiche, letterarie, psicologiche, del nostro
secolo, l' esoterismo stesso, lo gnosticismo, straboccano di coscienza e di
tale parola. Buona, è quella coscienza che è un atto: l' atto notorio con
cui un soggetto rende pubblico, ufficiale, il pensiero con cui egli
aderisce a un fatto, lo asserisce, lo concepisce. Pensiero è cura: è dal
verbo latino medeor, curare, che proviene "meditazione". Cura
di un fatto. Cura: il lavoro e costrutto intellettuale, l' amore intellettuale
di un fatto. L' amore, o è intellettuale o non è. Non è buona la coscienza
che non aderisce al pensiero-cura di un fatto. La coscienza non adesiva, come forma,
a tale pensiero è l' ipocrisia denunciata nei Vangeli. Con una parola
ritornata su piazza circa un secolo fa, è la perversione: che parla e
straparla di coscienza. La vita del pensiero è vita con il fatto. La
coscienza pura - impurissima e impudicissima: pura solo dal pensiero -
vuole la morte del pensiero, e lascia sopravvivere il fatto perché questo,
senza pensiero, anche se esiste non c' entra: entra solo nella futilità.
Tanto più infernale quanto più celestiale.
Gesù nei Vangeli - e, non ne dubito, tuttora - è un forte
pensatore. E ciò è naturale: infatti ha, fa, e dice, il pensiero del Padre,
l' unico pensiero forte che esista. Neanche "forte": l' unico
pensiero che esista, e allora forte. L' odio per il pensiero è odio per il
Padre. L' assassino è il parricida.
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